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Jangany - ha incontrato le famiglie

JANGANY"Jangany 10 anni fa per me era un solo nome, un po’ esotico e di dubbia pronuncia, che avevo cominciato a sentir affiorare dalle voci dei miei figli, che me lo avevano portato a casa da scuola; un nome legato a un mercatino natalizio della scuola; un nome legato alla foto di un gruppo di bambini polverosi sulla copertina di un libro venduto a quel mercatino scolastico "

 Così inizia la lettera Di Chiara una delle partecipanti al bellissimo incontro tenutosi giovedì 28 marzo al Centro Polifunzionale di Pino Torinese.

 


Attraverso filmati e  il racconto dei testimoni dell’esperienza di incontro a Jangany di Silvio Maghenzani e Filippo Ferrero,  è stato presentato questo solido legame decennale di attività interculturale nell’ambito del gemellaggio dell’IC di Pino Torinese con la scuola Sainte Marie di Jangany

Il tempo non è stato sufficiente per raccontare la bellezza del percorso, che ha visto tra l’altro riconoscimenti all’IC con il Premio per le Sette migliori pratiche di interculturalità in Italia (con lettera del Ministro Bianciardi) e con il Premio è questa l’inclusione che vogliamo riconosciuto dall’Università di Padova.

L’IC di Pino è diventato un modello di esperienze interculturali che hanno coinvolto altri istituti scolastici nell’incontro con Jangany (l’Istituto Bazoli Polo di Desenzano del Garda, la primaria Principessa Clotilde, la materna Nina Kid, l’Istituto Galileo Ferraris di Settimo e, recentemente, il Liceo Monti di Chieri).

A integrazione del racconto ecco l’esperienza di Chiara Papi, referente di questi percorsi per gli amici di Jangany insieme a Roberta Demacchi:

JANGANY per me

Jangany 10 anni fa per me era un solo nome, un po’ esotico e di dubbia pronuncia, che avevo cominciato a sentir affiorare dalle voci dei miei figli, che me lo avevano portato a casa da scuola; un nome legato a un mercatino natalizio della scuola; un nome legato alla foto di un gruppo di bambini polverosi sulla copertina di un libro venduto a quel mercatino scolastico e intitolato “I ponti sulla strada dei briganti”, un nome legato alla prima recita in cui tutte le classi si sono riunite, sempre a Natale, a rievocare il rumore delle piogge dopo la siccità, e a cantare una canzone mezza in italiano e mezza in una lingua molto musicale, dalla sonorità a me sconosciuta, che ho poi scoperto essere il malgascio.

Nel tempo, quel nome è diventato sempre più ricorrente, ha cominciato a crescere insieme ai miei figli, ha cominciato ad affiorare nei racconti, negli incontri, nelle attività a scuola, avvicinando i bambini vari temi: l’alimentazione, la salute, la legalità, l’acqua. Infine, quel nome ha avuto un volto, anzi, tanti volti.

È diventato un nome fatto di persone. Primo fra tutti Padre Tonino che, le prime volte, ho conosciuto attraverso i video girati da Renato; poi il volto proprio di Renato, che vedevo sempre comparire da dietro una videocamera ogni qualvolta si parlasse del villaggio; poi il volto di Silvio, che ho sentito per la prima volta raccontare la sua esperienza al villaggio proprio in occasione di quella festa natalizia, mentre mostrava strani oggetti riportati dal suo viaggio; poi il volto di Roberta, che non era una delle insegnanti dei miei figli ma una delle tante maestre di Pino, finché non l’ho associata a tutto ciò che nasceva da e per Jangany; e poi i volti della gente del villaggio, i volti degli insegnanti di là, dei bambini della scuola di Sainte Marie, dei nostri volontari che sono andati là a portare acqua e luce. Un mondo brulicante di persone e di vita, difficile, tormentato e allegro insieme.

Non ricordo bene come sia successo che quei volti siano diventati amici. Come il villaggio mi sia diventato così familiare da farmi quasi credere di esserci stata. So che ci sono entrata in punta di piedi, accompagnata dai miei figli quando ancora erano piccoli. Ho cominciato prima ad osservarne la crescita da osservatore esterno, quasi ammutolita dall’ammirazione e dalla grandezza di tutto quel lavoro che andava avanti silenziosamente e con umiltà ma in modo caparbio e instancabile.

Poi qualcuno ha cominciato a chiedermi una mano per qualche traduzione in francese per facilitare le comunicazioni. E poi ci sono finita dentro tutta intera. Mi ci sono buttata o mi ci sono lasciata trascinare?

Questo non lo so. Mi ci sono trovata, con un coinvolgimento personale ed emotivo intenso.

Ora mi sento come all’interno di una corrente potente che viaggia, tra le mille difficoltà che si presentano, gli ostacoli che ogni giorno sorgono, ostacoli che qui sarebbero inezie, là sono cataclismi, eppure si aggirano, si scalano, si superano, mentalità difficili da capire ma comunque da saper rispettare e accogliere affinché l’aiuto che si tenta di portare sia efficace motore di cambiamento e sviluppo non solo delle cose, ma anche degli approcci, degli atteggiamenti, della cultura di un cambiamento possibile nel rispetto del “mondo antico” che ne costituisce la radice e la ricchezza.

Eppure, allo stesso tempo, e nonostante ci sia dentro, mi pare sempre di essere spettatrice ammirata di qualcosa che ha del miracoloso. Un miracolo reale.

Chiara

 

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